I training sulla comunicazione si prefiggono lo scopo di aiutare le persone a essere più efficaci, più sintetiche, più incisive e, all’occorrenza, più assertive nei processi di comunicazione.

In essi si apprendono i vari aspetti della comunicazione, come ci si prepara, partendo dal chiarire a se stessi l’obiettivo che si vuole conseguire, per poi farsi un’immagine più pertinente possibile della/e persona/e cui il messaggio è rivolto, al fine di scegliere gli argomenti e le modalità che meglio potrebbero influire sulla sua/loro sensibilità oltre che il momento più adeguato per esporli.

Tutto ciò ha una valenza non solo pratica, ma anche etica: è infatti in gioco il rispetto delle persone, che notoriamente corrisponde all’etica; fare in modo di essere meglio compresi è un’alta forma di rispetto.

 

Nei normali training di comunicazione si riscontra, però, una lacuna: non ci si occupa delle intenzioni che orientano la comunicazione, che rivestono invece una valenza etica.

 

Per chiarire il concetto: si può comunicare applicando al meglio le tecniche più efficaci, riuscendo a farsi capire senza equivoci, ma se la comunicazione ha finalità manipolatorie, ci si deve domandare se si sta effettivamente comunicando “bene”.

Se il messaggio è chiaro, sintetico e comprensibile, ma lo scopo è la mistificazione, la comunicazione può davvero dirsi “buona”?

 

Si potrà obiettare che un corso di comunicazione non è un corso di etica, ma a questa obiezione si può opporre la domanda: è giusto porre tecniche efficaci al servizio di intenzioni discutibili?

È giusto fare uso di competenze che funzionano per conseguire obiettivi che violano la dignità delle persone o ne offendono l’intelligenza?

 

In sintesi: è lecito, in comunicazione, disgiungere il mezzo dal fine?

 

Anche di questo si dovrebbe parlare nei corsi di comunicazione, perché, se esistono metodi efficaci per comunicare, non va dimenticato che esiste, anche in comunicazione, un’etica delle intenzioni.