Letture
Crisi e Proattività
Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Un obsoleto pregiudizio vuole che gli ottimisti lo vedano in un modo e i pessimisti nell'altro, come se ottimismo e pessimismo potessero essere ridotti a una questione di percezione della realtà. Si tratta invece di qualcosa di ben più profondo. L'ottimismo non consiste infatti nel raccontarsi che le cose stanno in un certo modo quando è evidente che stanno in un altro. Questo modo di vedere la realtà e di comunicarla è autoinganno, menzogna e illusione. L'ottimismo consiste piuttosto nel confidare che la situazione, interpretata senza finzioni o reticenze, possa essere corretta. Ottimista non è dunque colui che dice che le cose vanno bene o tutto sommato non tanto male, ma colui che confida nella possibilità di farle andare meglio. L'ottimista guarda al futuro. L'ottimismo è volontà di futuro.
Perché è importante parlare di ottimismo, così inteso, in questo periodo? Perché le crisi, e quella che stiamo attraversando è una delle più pesanti, hanno il potere di demolire la fiducia delle persone nelle loro risorse e possibilità. Questa percezione negativa si trasforma rapidamente in linguaggio e il linguaggio rafforza la percezione, in una spirale perversa di rassegnazione e di presunta impotenza di fronte agli eventi. Basterebbe prestare attenzione alle espressioni che si usano per farsi un'idea delle trappole psicologiche nelle quali le persone sono capaci di infilarsi nei momenti difficili.
"Non ci sono le condizioni"
"Non sarà facile uscirne tanto presto..."
"Qualcuno dovrebbe fare qualcosa!"
"Bisognava prevedere..."
"Ah, se solo avessimo..."
Queste frasi hanno un denominatore comune: sono tutte affermazioni. Forse poniamo troppe affermazioni e troppo poche domande.
Se non ci sono le condizioni, ci si può sempre domandare come sia possibile crearle.
Invece di pensare che non sarà facile uscire dalla crisi tanto presto e constatare, dicendo peraltro un'ovvietà, che qualcuno dovrebbe fare qualcosa, converrà domandarsi che cosa, non in un imprecisato futuro, ma fin da subito, posso fare io.
Invece di arrovellarsi sul fatto che bisognava prevedere, senza del resto domandarsi chi avrebbe dovuto farlo, converrà prevedere oggi che cosa io posso fare domani mattina.
Invece di lamentarsi di ciò che non si ha e si vorrebbe avere, ci si può sempre domandare in che modo sia possibile ottenerlo.
È molto probabile, anzi è quasi certo che gli imprenditori più illuminati e proattivi si facciano domande queste, ma è improbabile che se le facciano tutti gli imprenditori, così come è possibile che neppure tutti i loro collaboratori se le pongano.
Ora, immaginiamo per un attimo che tutti, ma proprio tutti, imprenditori, dirigenti, quadri, impiegati e operai, si domandino che cosa possono fare in prima persona, fin da subito per uscire dalla crisi, che del resto riguarda tutti e e non risparmia nessuno.
Immaginiamo che ognuno di noi, invece di pensare che qualcun altro dovrebbe agire, si domandi che cosa può fare personalmente, e subito.
Un'utopia? Qualcosa di poetico e di irrealizzabile? Può darsi. Ma è vero anche che è nelle situazioni straordinarie che si ha bisogno di ricette fuori dall'ordinario. E la ricetta consiste oggi nel pensare in un modo niente affatto nuovo, ma da troppo spesso ignorato e cioè proattivamente. La proattività, che è al tempo stesso causa ed effetto dell'ottimismo, altro non è che la volontà di farsi responsabilmente carico, dando il meglio di sé, di ciò che dipende dalle proprie possibilità, concentrandosi non su ciò che altri potrebbero o dovrebbero fare, ma sul contributo che ciascuno può offrire, nella posizione in cui si trova, per l'autonomia che gli è concessa e per l'iniziativa che è in grado di sviluppare. Senza riserve mentali e senza risparmiarsi, anche perché si sta facendo strada l'idea che questa è una crisi dalla quale non si può che uscire insieme.
Bruno Bettenzani