Letture
Priorità provvisorie
Che cosa è realmente prioritario quando le priorità cambiano continuamente, quando ciò che era rilevante il giorno prima non lo è più il giorno dopo, quando ciò che è importante viene quotidianamente sostituito da ciò che è urgente?
La risposta è semplice: nulla e tutto al tempo stesso.
Quali sono i risultati? Innanzitutto una grande confusione, che genera nelle persone incertezza e sfiducia. Diventa difficile parlare in modo credibile di progetti a lungo termine, perché troppi di questi progetti, nonostante le enfatiche dichiarazioni di cui erano conditi, sono stati rapidamente accantonati in nome di progetti non meno entusiasticamente presentati. Questa è una delle prime e più influenti cause di stress, condizione che nasce non tanto e non solo dalla fatica fisica, quanto dal logoramento mentale dovuto all'accavallarsi scomposto degli obiettivi e, di conseguenza, dalla poca chiarezza circa la direzione da seguire e le azioni da compiere. Le manifestazioni più evidenti e immediate di questa condizione sono la demotivazione, la mancanza di lucidità, la progressiva riduzione dell'attenzione, il conseguente calo della produttività, talvolta il cinismo e, cosa peggiore di tutte, l'assuefazione a non dare più nulla per attendibile.
A giustificare questo stato di cose viene spesso chiamata la necessità del cambiamento, che è al tempo stesso icona e mito del nostro tempo. Se questo è almeno in parte vero, si rende necessario qualche chiarimento su che cosa significhi (o non significhi) cambiare.
Cambiare non è navigare a vista mutando rotta in continuazione, non è seguire ogni alito di vento, non è improvvisare, non è confondere ciò che è urgente con ciò che è importante, non comporta necessariamente imprimere all'azione ritmi che annebbiano la capacità di discernimento.
Il cambiamento, e la conseguente individuazione delle reali priorità, è innanzitutto una questione di pensiero cui segue (nel senso letterale del venir-dopo) l'azione. Ma il pensare richiede sapersi fermare. Movimento e pensiero mal si conciliano e dunque è solo imprimendo un ritmo diverso all'azione che è possibile dare spazio al ragionamento dal quale scaturiscono analisi e visioni più ponderate e consapevoli. Questo però collide con l'altro mito del nostro tempo, che è la velocità. Occorre fare ogni cosa subito, come se il posticipare anche solo di poco il proprio intervento vanificasse ogni possibilità di ottenere un risultato.
Ho quotidianamente sotto gli occhi la pressione cui sono sottoposti i partecipanti ai corsi di formazione. Nonostante l'esplicito invito a spegnere i cellulari, il massimo che si riesce a ottenere è che gli apparecchi vengano "silenziati". Ma lo sguardo delle persone corre frequentemente al display e non è raro il caso che qualcuno, scusandosi a parole o semplicemente con un'espressione del viso che chiede perdono - come se volesse dire "non dipende da me, è una questione troppo grave e non posso farci niente, devo occuparmene" - si alza, esce per qualche minuto dall'aula e risponde alla chiamata, scoprendo poi, in gran parte dei casi, che la chiamata non riguardava una situazione così importante o urgente da non poter tollerare una breve attesa. Ma l'abitudine all'intervento immediato ha ormai preso il sopravvento nella vita professionale delle persone.
Stiamo vivendo, probabilmente senza rendercene conto e senza intuirne la gravità, uno strano, inquietante e contraddittorio fenomeno che si potrebbe riassumere in questi termini: mai come oggi si è attribuita tanta importanza alla programmazione e mai come oggi la prassi che ne consegue è stata tanto disattesa, violata e offesa in nome di nuove e non programmate "priorità".
Allo stesso modo si potrebbe dire, per fare un esempio che viviamo ogni giorno, che mai come oggi si è riconosciuto il valore strategico della formazione e mai come oggi si manifesta la difficoltà a "staccare" le persone dalle loro occupazioni quotidiane anche per una sola giornata al mese e a metterle in un'aula, perché il quotidiano, che è fatto di urgenze e di immediatezza, costituisce la priorità. Eppure chiunque osasse affermare che la formazione non è una priorità correrebbe il rischio di essere preso per uno sconsiderato che non ha interesse allo sviluppo delle persone.
Che fare dunque? Come difendersi dagli effetti pratici della confusione fra ciò che è davvero prioritario e ciò che non lo è ma viene dichiarato tale?
Non credo si possa fare molto per cambiare un orientamento che prende sempre più piede anche grazie al fatto che agire sull'onda delle priorità, vere o false che siano, è tutto sommato più semplice e meno faticoso che fermarsi a pensare, il che è dimostrato dalla costatazione che non sono molti quelli che si dedicano a questa onerosa attività.
Tuttavia non giova neppure la rassegnazione, perché il non molto che si può fare in termini di visione di largo respiro e di buona e consapevole programmazione rappresenta pur sempre una testimonianza ed esiste la possibilità, da perseguire in ogni caso, che l'esempio influisca e possa rivelarsi in qualche modo efficace nel limitare i danni che la moneta cattiva esercita nei confronti di quella buona.
Bruno Bettenzani