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Siamo tutti nel rigagnolo, ma...
La condizione umana è segnata dalla fragilità e dal limite. Nonostante il desiderio di autosuperamento, le ambizioni e la volontà di potenza, la dimensione nella quale la nostra esistenza si dispiega è quella della finitudine. Nonostante il desiderio di infinito, siamo realtà finite. Le difficoltà che sperimentiamo nella nostra vita e quelle che osserviamo attorno a noi ce lo rammentano fin troppo spesso.
È chiaro tuttavia che quando usiamo la parola "difficoltà" non possiamo riferirci esclusivamente a fattori esterni, come le malattie, le calamità naturali, o quelli che Shakespeare chiamerebbe "i dardi di una sorte oltraggiosa" - nei confronti dei quali, peraltro, lascia aperta la possibilità di "prendere le armi e, combattendo, disperderli" - ma dobbiamo comprendere anche i limiti sui quali abbiamo qualche possibilità di influire, come ad esempio alcuni nostri paradigmi, abitudini, visioni, comportamenti.
Se accreditiamo questa inclusione, se siamo cioè disposti ad accettare che la complessità con cui quotidianamente ci misuriamo non è dovuta soltanto a forze che in nessun caso possiamo contrastare, abbiamo fatto un primo passo significativo. Siamo certamente nel rigagnolo, come diceva oscar Wilde, insieme a tutti gli altri, ma già qualcosa ci differenzia e questo qualcosa è la consapevolezza, che può aprire le porte alla responsabilità.
Non è frequente, infatti, incontrare persone pienamente consapevoli che quanto accade loro soltanto in parte è dovuto a elementi incontrollabili e che, conseguentemente, molto altro di ciò che vivono e del modo in cui lo vivono dipende dalle loro scelte. È invece piuttosto facile verificare quanto sia diffusa la sensazione di impotenza e l'arrendevolezza. Chi ne è vittima matura poco per volta la percezione - che spesso cerca anche di diffondere - che il rigagnolo sia l'unica condizione possibile, e su questo può darsi abbia ragione, ma esclude la possibilità stessa di poterci stare in modo diverso da quello che la situazione sembrerebbe suggerire.
E in che modo si può stare dentro un rigagnolo? Sperando di venirne fuori, prima o poi, viene da dire. Ma è chiaro che uscirne non si può, e dunque?
Ci sono due modi di affrontare le avversità. Uno consiste nello stare seduti in attesa che qualcosa intervenga a risolvere la situazione e a introdurvi un cambiamento. Ma stando seduti si oppone ben poca resistenza e si rotola trasportati dalla forza degli eventi. Così si finisce nella commiserazione di sé e si scende sempre più in basso fino a giungere al tombino che ci inghiotte, cioè alla resa. In questo caso, altro non si può fare che maledire il proprio destino, aggiungendo disperazione a disperazione.
L'altro modo consiste nel cercare di rimanere in piedi. "Siamo tutti nel rigagnolo, ma alcuni di noi fissano le stelle" scriveva Oscar Wilde. Quando vogliamo guardare le stelle non stiamo seduti, ma ci alziamo, come se volessimo avvicinarci ad esse e come se, stando eretti, avessimo una visuale più ampia e più agevole. E che cosa significa "guardare le stelle"? Significa confidare che il tombino non è l'unico destino possibile, ma questa fiducia non riposa sull'improbabile irruzione di un evento che magicamente risolve e cambia le cose, bensì su se stessi, sulle proprie potenzialità, sulla propria energia. Guardare le stelle significa allora staccare gli occhi dalla propria condizione, smettere di lamentarsene e cercare un'idea, trarre ispirazione e coraggio, rigenerare le proprie motivazioni e confermare le proprie mete. Questo genera ottimismo, che non consiste, come banalmente si dice, nel considerare il bicchiere mezzo pieno, ma nel confidare che, attraverso l'azione, sia possibile riempirlo.
L'azione, appunto. L'azione virtuosa. I Greci usavano due parole per dire "felicità": eutychia e eudaimonia. Con la prima intendevano la felicità della buona sorte, quello stato di soddisfazione che ci prende e che però presto ci lascia, quella condizione che non dipende dalle nostre azioni, ma dall'accadere di un evento favorevole il cui beneficio sullo stato d'animo è comunque transitorio e perciò instabile. Con il secondo termine intendevano quella felicità stabile che è possibile conseguire scoprendo, ascoltando e orientando il proprio daimon, il proprio genio, verso la virtù. E per virtù i Greci intendevano la capacità di muoversi nel mondo, di far fronte agli eventi agendo con coscienza, perizia e razionalità. Virtuoso è dunque colui che opera per eccellere, che compie un atto nel miglior modo possibile, che agisce con consapevole determinazione e coraggio.
Siamo tutti nel rigagnolo, ma alcuni stanno seduti e aspettano, mentre altri, più virtuosi, stanno eretti e agiscono. Costoro costruiscono e proteggono la propria felicità.
Ma è sufficiente questo? Sarebbe certo un buon risultato, e tuttavia si avverte che manca qualcosa, come se attorno a questa conquista si formasse un vuoto, come se fossimo in qualche modo consapevoli che non è possibile essere felici da soli. Questa percezione mette in gioco la responsabilità. Se tutti siamo nel rigagnolo, significa che condividiamo una condizione. È a partire da questa condivisione che si struttura la responsabilità verso gli altri. Posso infatti essere pienamente felice quando intorno a me vedo inadeguatezza? Posso godere della bontà e dell'efficacia del mio agire quando sono costretto a constatare che molti non riescono neppure ad immaginare un modo di essere diverso da quello in cui si sono adagiati? Posso dirmi virtuoso se non mi preoccupo di questo e non mi prendo cura di ciò a cui potrei provvedere? E che cosa significa provvedere, in che modo posso farlo? Nell'unico modo possibile, che non è tanto quello del soccorso, quanto dell'esempio. Posso infatti sperare che altri, vedendomi in piedi e in grado di controllare, per quel che da me dipende, gli eventi, comprendano che può aprirsi anche per loro un orizzonte di possibilità, un'alternativa alla passività. Nella misura in cui ciò si verifica, tutti ne traiamo un vantaggio. Il punto è che l'esempio richiede perseveranza, continuità. I comportamenti virtuosi, per essere esemplari, non possono essere occasionali, ma osservabili nel tempo, coerenti nel fluire delle circostanze. Non è faticoso alzarsi una volta ogni tanto, è faticoso stare in piedi sempre.
Nessuno è in grado di dire quanto la virtù sia contagiosa, ma pare assodato che predicarla senza praticarla non porti a grandi risultati. Alle persone, per alzarsi e muoversi all'azione, non basta sentirsi dire che stare in piedi, benché più arduo, è più utile, anche perché, nonostante tutto, stare seduti è più comodo; non si accontentano di garanzie e di racconti edificanti. Hanno bisogno di vedere che agire è vantaggioso.
Chi agisce e sta in piedi nel rigagnolo è come una sentinella che col suo esempio avverte e tiene svegli.